di Roberta Fabris Storto 

Il giorno 5 dicembre 2000 la nostra scuola ha due gradite ospiti: Ewa Sidorowicz Tucci e Roberta Fabris Storto. La comunicazione che ha come oggetto la genesi di un libro illustrato, rimbalza tra le due protagoniste: l’autrice dei testi e l’autrice delle illustrazioni. Ecco un ritratto della seconda ad opera della prima.



Ewa Sidorowicz Tucci nel refettorio del Convento dei P.P. della Resurrezione di Cracovia davanti all’affresco raffigurante l’Ultima Cena (particolare del Cristo)

 

 

 



La tavola di copertina del libro "Chiarastella, Desiderio e l’incantesimo della Luna", illustrato da Ewa Sidorowicz Tucci su testo di Roberta Fabris Storto

Ho conosciuto Ewa Sidorowicz Tucci alcuni anni fa: l’attrazione comune per l’ambra ci aveva fatto incontrare, una certa affinità e gli interessi artistici ci hanno permesso di approfondire la conoscenza. Ewa Sidorowicz Tucci è nata in Polonia a Katowice, poco lontano da Cracovia, presso la cui Accademia di Belle Arti si è laureata. Molti amici in Polonia. Molti amici in Italia. Un marito italiano. Questa la traccia biografica di un’artista di grande sensibilità e ricchezza interiore, unite ad abilità, cultura, capacità creativa; doti che si esprimono in diversi settori dell’arte: dall’affresco alla grafica, dall’illustrazione alla fotografia.
Non credo sia opportuno considerare separatamente i generi nei quali Ewa Sidorowicz si esprime. Sono convinta infatti che rappresentino un tutto che ci permette di approfondire meglio la conoscenza della sua complessa personalità.
Umana ed intuitiva nei ritratti fotografici dedicati agli amici, precisa per disegno e tecnica nelle belle illustrazioni e nei sogni tristi che Ewa chiama favole, concettuale e simbolica nella grafica, religiosa e mistica negli affreschi, Ewa Sidorowicz costruisce un itinerario unitario.
Al nostro occhio il compito di cogliere gli elementi unificanti e le tracce di pensiero che emergono dalle immagini: come esempio i lacci alle mani del clown protagonista della favola "Chiarastella, Desiderio e l’incantesimo della luna" e le mani legate del Cristo dei monumentali affreschi facenti parte del "Ciclo della Via Crucis" nella cattedrale di Katowice (opera del ‘92 realizzata assieme alla pittrice polacca Joanna Piech); oppure l’espressione di certi sguardi quasi iconici, fissi ad osservare una realtà che stupisce ed atterrisce nello stesso tempo, che attira e respinge.
Per conoscere l’arte di Ewa Sidorowicz è opportuno accostarsi ai suoi lavori senza fretta, senza ansia di capire a tutti i costi, senza quella morbosa curiosità che accompagna talvolta noi spettatori di fronte alle opere degli artisti, alle quali approdiamo carichi di conoscenze spesso frenanti o appesantiti da un certo gusto di penetrare e possedere il loro privato.
Credo si debbano guardare le opere di Ewa Sidorowicz, ma non solo le sue, rinunciando ad interrogarsi sui perché, sui motivi, sul senso, per abbandonarsi con disponibilità all’ascolto; allora le opere stesse cominciano a dialogare con noi dapprima sommessamente e poi, piano piano, rivelandoci la grande carica emozionale che racchiudono.
Rimarremo allora turbati per la risonanza che determinano, sconcertati di fronte a certe delicate malinconie, sopraffatti dalle inquietudini cui seguono teneri ripiegamenti e improvvise rinascite, coinvolti dalle sofferenze narrate senza nascondimenti o inutili maschere.
La vita non emerge come realtà rassicurante dalle opere di Ewa: è piuttosto una ricerca di verità anche scomode sulle quali l’artista medita e nelle quali rimane coinvolto anche lo spettatore. Dipende da noi dunque accettare di approfondire il dialogo che ci viene proposto ed oltrepassare il malessere che talvolta alcune immagini forti ci determinano: sto pensando alle incisioni graffianti del Ciclo del Teatro e a certe favole tristi dense di solitudine, ma anche ai recenti dipinti destinati alla chiesetta di Ca’ Vio.
Un filo dunque collega tutta la produzione di Ewa Sidorowicz Tucci. Potremmo chiamarlo il filo della verità del sentire. In tutti i generi infatti emerge il senso della vita che l’artista indaga e rincorre: la necessità di contenere la passione, di prevedere il caso e di gestire gli attimi; e poi, l’attesa, la sospensione del giudizio, la poesia del gesto, il grido frenato che rivela il silenzio.